di Emiliano Fittipaldi, da l'Espresso
Abbiamo il record negativo di emissioni. La sostanza tossica si annida anche negli alimenti. E gli esperti lanciano l'allarme: metà degli italiani ne assume più del limite consentito. La diossina è ovunque. Tutti, se si facessero analisi ad hoc, se ne troverebbero un po' addosso. Ricchi e poveri, meridionali e padani, gli italiani iniziano ad assumerla già attraverso il cordone ombelicale e, appena nati, succhiando il latte materno.
Qualche picogrammo (un miliardesimo di milligrammo) di questa sostanza, nociva e dagli effetti ancora in gran parte sconosciuti, c'è sempre stato anche nel sangue di Laura Pollini, che fino allo scorso 18 aprile ai veleni in corpo non aveva mai dato troppa importanza. La compagna di Luciano Benetton ha iniziato a interessarsi di diossine e danni fisici correlati solo da quel mercoledì sera, quando era chiaro che l'incendio allo stabilimento della De Longhi, distante solo quattro chilometri dalla quiete di Villa Lia, rischiava di contaminare Treviso e dintorni. L'evacuazione non c'è stata: il sindaco leghista e l'Arpav (l'Agenzia regionale per la protezione dell'ambiente) hanno effettuato i controlli subito dopo l'incidente, assicurando che non c'era alcuna minaccia per la salute pubblica. Ma il 'tutto va bene' non ha convinto i Benetton: girando per i cinque ettari della tenuta hanno notato piante avvizzite, animali intossicati, un odore acre che non spariva. Così la coppia ha speso circa 20 mila euro e chiesto a uno dei pochi laboratori privati specializzati un monitoraggio ambientale della proprietà. A 16 giorni dal rogo, nonostante le piogge torrenziali, le diossine e gli inseparabili furani (altri composti nocivi) sono stati trovati sulle foglie di ortaggi e insalate, sugli alberi da frutto e in grandi quantità sul terreno. "Su un pero", spiega l'autore della relazione tecnica Raul Martini, "abbiamo rintracciato un valore di tossicità esorbitante: un solo frutto potrebbe contenere più della soglia giornaliera massima consigliata dall'Oms. La diossina ha invaso l'orto, e finirà con ogni probabilità nelle falde acquifere. I dati ufficiali? L'agenzia per prevenire il panico ha usato toni rassicuranti, ma credo abbia sbagliato". Nella relazione, in realtà, il commento è meno diplomatico: "Dall'Arpav", si legge, "sono arrivati commenti approssimativi, poca cautela, manipolazione dei risultati".
Le analisi fai-da-te sono costosissime. Ma con la classica colletta, anche chi non ha la disponibilità economica dei Benetton può andare a caccia degli invisibili furani e dei Pcb, i policlorobisenili che appartengono alla stessa famiglia. La famiglia Cannavacciuolo di Acerra pascola pecore da sempre. Visitare il loro appezzamento è un'esperienza choc: lo spicchio di terra è incuneato tra la vecchia fabbrica Montefibre e il termovalorizzatore in costruzione. Le bestie all'origine erano 2 mila, pasciute e bianchissime, ma in pochi anni sono state sterminate. Tumori e malformazioni. Il gregge è sotto sequestro: il latte contiene percentuali di diossina da record, i 400 animali sopravvissuti sembrano usciti dal film 'The Day After'. Al capofamiglia è andata peggio: a maggio è morto di cancro fulminante. "Dicono che la diossina non c'entra niente, ma Vincenzo era un toro. È colpa dei rifiuti tossici che i camorristi seppelliscono nell'Agroaversano", sostiene il fratello Mario, "dobbiamo stare attenti tutti: le pecore mangiano solo erba naturale, e qua è pieno di ortaggi che finiscono sulle tavole degli italiani".
Con l'aiuto di un professore dell'ospedale Pascale di Napoli, Antonio Marfella, Mario è riuscito a far analizzare il suo sangue e quello del fratello da un laboratorio canadese. Risultato: l'esposizione alla diossina è simile a quella della zona A e della zona B di Seveso. "In Campania discariche abusive e la bruciatura dei rifiuti all'aria aperta", dicono all'unisono l'oncologo Giuseppe Comella e Leopoldo Iannuzzi del Cnr, " hanno messo in pericolo la catena alimentare. Le diossine si depositano sulle piante, il terreno e le acque, fissandosi poi nei tessuti grassi degli animali e nel latte".
Sugli effetti delle diossine oncologi ed epidemiologi sono spaccati a metà. Ma oltre all'accertata tossicità, un dato è sicuro. L'Italia è il paese che in Europa ne produce di più. Spulciando l'unico rapporto della Commissione Ue sul rilascio di diossine e furani al suolo (del 1999), si scopre che il nostro Paese ne emette il 38 per cento in più della Spagna, il 33 più della Gran Bretagna, il 29 più della Germania, ben il 75 per cento in più di Danimarca, Finlandia, Norvegia e Svezia messe insieme. Per gli ultimi sette anni stime ufficiali non esistono, ma le emissioni di sostanze nocive dovrebbero - sostengono gli esperti dell'Iss - essersi ridotte. Secondo Roberto Fanelli, capo del dipartimento Ambiente e salute dell'Istituto Mario Negri di Milano e autore di alcuni report su Seveso, "ormai la contaminazione è diffusa uniformemente in tutti i paesi industrializzati. Sono sostanze che troviamo dappertutto. Si eliminano solo dopo molti decenni". In pratica, diossine (ci sono vari cogeneri, il più pernicioso è il 2,3,7,8 Tccd) e Pcb sono il prezzo della vita moderna. Industrie chimiche, acciaierie, inceneritori e smaltimento dei rifiuti sono i primi responsabili dell'inquinamento: le molecole killer si formano in presenza di cloro e derivati durante qualsiasi processo di combustione. Se l'associazione Medici per l'ambiente parla senza giri parole di "pandemia silenziosa" e l'ematologa Patrizia Gentilini, vicepresidente del gruppo, nutre molti dubbi sulla presunta riduzione dell'esposizione in Italia ("Qui seguiamo politiche semplicemente disastrose"). Almeno per quanto riguarda gli inceneritori, obiettivi preferiti di ambientalisti e cittadini arrabbiati.
La fabbrica dei veleni
L'Italia avvelena, in Europa, più di tutti. Tra diossine e furani nel 1999, secondo il direttorato generale per l'Ambiente della Commissione europea, le sostanze nocive rilasciate superavano gli 8 mila grammi I-Teq. Cifra spaventosa, considerando che le esposizioni di questi inquinanti si calcolano in picogrammi o nanogrammi. Ma quale sono le principali fonti di emissione? Al primo posto ci sono i processi industriali, che producono oltre il 40 per cento delle molecole velenose. Al secondo posto ci sono le strutture per il trattamento e lo smaltimento dei rifiuti, con 2.614 grammi. Gli inceneritori francesi, almeno fino a qualche anno fa, inquinavano la metà. Al terzo posto gli incendi e le emissioni naturali: qui l'Italia è dietro a Gran Bretagna e Germania. Fonti pericolose sono anche le combustioni industriali (le acciaierie sono le prime produttrici di diossina nella Ue) e le attività agricole. Per quanto riguarda gli stabilimenti nazionali, secondo i dati Ines rielaborati da Legambiente l'Ilva di Taranto resta l'impianto più inquinante. A distanza siderale, nella classifica 2005, troviamo l'acciaieria Riva di Verona, poi la centrale elettrica di Monfalcone e la società Profilatinave. I dati sono tutti autocertificati: parte della comunità scientifica, dunque, gli dà poco credito.
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