sabato 1 dicembre 2007

Emergenza diossina

di Emiliano Fittipaldi, da l'Espresso

Abbiamo il record negativo di emissioni. La sostanza tossica si annida anche negli alimenti. E gli esperti lanciano l'allarme: metà degli italiani ne assume più del limite consentito. La diossina è ovunque. Tutti, se si facessero analisi ad hoc, se ne troverebbero un po' addosso. Ricchi e poveri, meridionali e padani, gli italiani iniziano ad assumerla già attraverso il cordone ombelicale e, appena nati, succhiando il latte materno.

Qualche picogrammo (un miliardesimo di milligrammo) di questa sostanza, nociva e dagli effetti ancora in gran parte sconosciuti, c'è sempre stato anche nel sangue di Laura Pollini, che fino allo scorso 18 aprile ai veleni in corpo non aveva mai dato troppa importanza. La compagna di Luciano Benetton ha iniziato a interessarsi di diossine e danni fisici correlati solo da quel mercoledì sera, quando era chiaro che l'incendio allo stabilimento della De Longhi, distante solo quattro chilometri dalla quiete di Villa Lia, rischiava di contaminare Treviso e dintorni. L'evacuazione non c'è stata: il sindaco leghista e l'Arpav (l'Agenzia regionale per la protezione dell'ambiente) hanno effettuato i controlli subito dopo l'incidente, assicurando che non c'era alcuna minaccia per la salute pubblica. Ma il 'tutto va bene' non ha convinto i Benetton: girando per i cinque ettari della tenuta hanno notato piante avvizzite, animali intossicati, un odore acre che non spariva. Così la coppia ha speso circa 20 mila euro e chiesto a uno dei pochi laboratori privati specializzati un monitoraggio ambientale della proprietà. A 16 giorni dal rogo, nonostante le piogge torrenziali, le diossine e gli inseparabili furani (altri composti nocivi) sono stati trovati sulle foglie di ortaggi e insalate, sugli alberi da frutto e in grandi quantità sul terreno. "Su un pero", spiega l'autore della relazione tecnica Raul Martini, "abbiamo rintracciato un valore di tossicità esorbitante: un solo frutto potrebbe contenere più della soglia giornaliera massima consigliata dall'Oms. La diossina ha invaso l'orto, e finirà con ogni probabilità nelle falde acquifere. I dati ufficiali? L'agenzia per prevenire il panico ha usato toni rassicuranti, ma credo abbia sbagliato". Nella relazione, in realtà, il commento è meno diplomatico: "Dall'Arpav", si legge, "sono arrivati commenti approssimativi, poca cautela, manipolazione dei risultati".

Le analisi fai-da-te sono costosissime. Ma con la classica colletta, anche chi non ha la disponibilità economica dei Benetton può andare a caccia degli invisibili furani e dei Pcb, i policlorobisenili che appartengono alla stessa famiglia. La famiglia Cannavacciuolo di Acerra pascola pecore da sempre. Visitare il loro appezzamento è un'esperienza choc: lo spicchio di terra è incuneato tra la vecchia fabbrica Montefibre e il termovalorizzatore in costruzione. Le bestie all'origine erano 2 mila, pasciute e bianchissime, ma in pochi anni sono state sterminate. Tumori e malformazioni. Il gregge è sotto sequestro: il latte contiene percentuali di diossina da record, i 400 animali sopravvissuti sembrano usciti dal film 'The Day After'. Al capofamiglia è andata peggio: a maggio è morto di cancro fulminante. "Dicono che la diossina non c'entra niente, ma Vincenzo era un toro. È colpa dei rifiuti tossici che i camorristi seppelliscono nell'Agroaversano", sostiene il fratello Mario, "dobbiamo stare attenti tutti: le pecore mangiano solo erba naturale, e qua è pieno di ortaggi che finiscono sulle tavole degli italiani".

Con l'aiuto di un professore dell'ospedale Pascale di Napoli, Antonio Marfella, Mario è riuscito a far analizzare il suo sangue e quello del fratello da un laboratorio canadese. Risultato: l'esposizione alla diossina è simile a quella della zona A e della zona B di Seveso. "In Campania discariche abusive e la bruciatura dei rifiuti all'aria aperta", dicono all'unisono l'oncologo Giuseppe Comella e Leopoldo Iannuzzi del Cnr, " hanno messo in pericolo la catena alimentare. Le diossine si depositano sulle piante, il terreno e le acque, fissandosi poi nei tessuti grassi degli animali e nel latte".

Sugli effetti delle diossine oncologi ed epidemiologi sono spaccati a metà. Ma oltre all'accertata tossicità, un dato è sicuro. L'Italia è il paese che in Europa ne produce di più. Spulciando l'unico rapporto della Commissione Ue sul rilascio di diossine e furani al suolo (del 1999), si scopre che il nostro Paese ne emette il 38 per cento in più della Spagna, il 33 più della Gran Bretagna, il 29 più della Germania, ben il 75 per cento in più di Danimarca, Finlandia, Norvegia e Svezia messe insieme. Per gli ultimi sette anni stime ufficiali non esistono, ma le emissioni di sostanze nocive dovrebbero - sostengono gli esperti dell'Iss - essersi ridotte. Secondo Roberto Fanelli, capo del dipartimento Ambiente e salute dell'Istituto Mario Negri di Milano e autore di alcuni report su Seveso, "ormai la contaminazione è diffusa uniformemente in tutti i paesi industrializzati. Sono sostanze che troviamo dappertutto. Si eliminano solo dopo molti decenni". In pratica, diossine (ci sono vari cogeneri, il più pernicioso è il 2,3,7,8 Tccd) e Pcb sono il prezzo della vita moderna. Industrie chimiche, acciaierie, inceneritori e smaltimento dei rifiuti sono i primi responsabili dell'inquinamento: le molecole killer si formano in presenza di cloro e derivati durante qualsiasi processo di combustione. Se l'associazione Medici per l'ambiente parla senza giri parole di "pandemia silenziosa" e l'ematologa Patrizia Gentilini, vicepresidente del gruppo, nutre molti dubbi sulla presunta riduzione dell'esposizione in Italia ("Qui seguiamo politiche semplicemente disastrose"). Almeno per quanto riguarda gli inceneritori, obiettivi preferiti di ambientalisti e cittadini arrabbiati.

La fabbrica dei veleni
L'Italia avvelena, in Europa, più di tutti. Tra diossine e furani nel 1999, secondo il direttorato generale per l'Ambiente della Commissione europea, le sostanze nocive rilasciate superavano gli 8 mila grammi I-Teq. Cifra spaventosa, considerando che le esposizioni di questi inquinanti si calcolano in picogrammi o nanogrammi. Ma quale sono le principali fonti di emissione? Al primo posto ci sono i processi industriali, che producono oltre il 40 per cento delle molecole velenose. Al secondo posto ci sono le strutture per il trattamento e lo smaltimento dei rifiuti, con 2.614 grammi. Gli inceneritori francesi, almeno fino a qualche anno fa, inquinavano la metà. Al terzo posto gli incendi e le emissioni naturali: qui l'Italia è dietro a Gran Bretagna e Germania. Fonti pericolose sono anche le combustioni industriali (le acciaierie sono le prime produttrici di diossina nella Ue) e le attività agricole. Per quanto riguarda gli stabilimenti nazionali, secondo i dati Ines rielaborati da Legambiente l'Ilva di Taranto resta l'impianto più inquinante. A distanza siderale, nella classifica 2005, troviamo l'acciaieria Riva di Verona, poi la centrale elettrica di Monfalcone e la società Profilatinave. I dati sono tutti autocertificati: parte della comunità scientifica, dunque, gli dà poco credito.

mercoledì 28 novembre 2007

convegno "Urbanistica e Territorio a Chiaravalle"

L’ambiente che abbiamo in comune

Sala Congressi Croce Gialla - via F.lli Cervi, 1 - Chiaravalle
sabato 1 dicembre 2007 alle ore 16.00

Convegno
Urbanistica e Territorio a Chiaravalle
“Informazione, Consenso, Gestione”


Un incontro di cittadini con i cittadini.
La partecipazione è rivolta a tutti coloro che desiderano sapere.
Seguirà il dibattito.

intervengono
Moreno Menotti - “dalla protesta dei cittadini alle scelte condivise”
Arch. Carlo Brunelli - “territorio, identità, partecipazione”
Dott. Fernando Pierluca - “ipotesi di sviluppo a confronto”

coordina
Prof. Manlio Lombardi


Organizzato dai Comitati
“Antenna via Abbazia” - “Giù le mani dal Galoppo” - “Parco I Maggio” - “S.O.S. (Solo Opere Sane) via Verdi”


comunicato stampa

“L’ambiente che abbiamo in comune”, è il titolo del Convegno che i quattro Comitati formatisi a Chiaravalle hanno indetto per il giorno 1-12-2007 presso la sala convegni della Croce Gialla di Chiaravalle con inizio alle ore 16. Durante l’incontro saranno affrontati e discussi i tanti problemi urbanistico-ambieltali che il territorio chiaravallese lamenta. Saranno illustrate le vicissitudini che sono scaturite nella formazione dei comitati, i diversi approcci comunicativi necessari, le forme partecipative e consensuali che una corretta amministrazione del territorio dovrebbe avere, i possibili nuovi modelli di gestione del bene pubblico.

Relatori del convegno saranno: Moreno Menotti, l’arch. Carlo Brunelli, il dott. Fernando Pierluca e coordinerà i lavori il prof. Manlio Lombardi.

I Comitati promotori, “Antenna via Abbazia”, “Giù le mani dal Galoppo”, “Parco I Maggio”, “S.O.S. (Solo Opere Sane) via Verdi”, invitano tutti i cittadini a partecipare, ad esprimere il loro parere e le loro prospettive. Si darà così voce alla cittadinanza – cosa troppo spesso negata – dando l’avvio ad un nuovo approccio di cui la politica dovrebbe finalmente appropriarsi.

Le ipotesi di sviluppo sono molteplici, le identità culturali di riferimento molto variegate così come i portatori di interessi, su ogni cosa, tuttavia, deve prevalere il benessere diffuso delle persone, la tutela ambientale, il verde urbano, una corretta trattazione del patrimonio comune.

Devono cessare i troppi casi di usura delle risorse e deve essere avviata una nuova visione, partecipata e condivisa, dell’utilizzo del territorio.

Stati Generali della Sinistra e degli Ecologisti

SABATO 1° DICEMBRE
dalle 9:30 alle 12:30

presso l'Auditorium della Fiera della Pesca ad ANCONA



si terrà una Manifestazione provinciale
sul tema degli Stati Generali della Sinistra e degli Ecologisti,
in preparazione dell'iniziativa nazionale dell'8/9 dicembre a Roma.

venerdì 16 novembre 2007

Nasce nelle Marche un nuovo movimento ambientalista

Il 23 giugno è stato formalmente costituito “Arcipelago Verde Marche” - Movimento ecologista marchigiano, un nuovo soggetto ambientalista che pone la sostenibilità e la solidarietà al centro della propria azione. Questa associazione che si articola come arcipelago di idee e movimenti per rinnovare la politica e favorire la partecipazione dei cittadini, ha mosso i primi passi nelle Marche già dallo scorso anno, come area di dibattito politico e culturale di associazioni e gruppi locali della Federazione dei Verdi e di eletti Verdi.

Si tratta di un evento particolarmente rilevante per le Marche, poiché al suo interno sono confluite figure importanti e di riferimento dell’ambientalismo marchigiano e militanti storici della Federazione dei Verdi, compresi alcuni tra coloro che hanno dato origine ad Ancona alla prima lista verde d’Italia nel 1983 e successivamente partecipato alla nascita della Federazione nazionale delle liste Verdi, poi diventata Federazione Nazionale dei Verdi.

La nascita di un’area politica per esprimersi, lavorare per l’ambiente e per valori, idee condivise, deriva da un bisogno di espressione, un’esigenza di democrazia che non trovava spazio all’interno del partito dei Verdi.

Arcipelago vuole andare oltre i Verdi, ritenendo il progetto politico dell’attuale gruppo dirigente dei Verdi pregiudicato da una quotidiana gestione più attenta alle esigenze dell’apparato di partito che alle idee fondanti.

Pochi sanno che certamente nelle Marche il partito dei Verdi non è più un movimento che consente la libera partecipazione di tutti. Il meccanismo democratico delle iscrizioni è stato stravolto dalla pratica di far aderire al partito consistenti gruppi di cittadini estranei e non partecipi alla vita politica, che spesso sono concentrati in comuni dove il loro numero supera quello degli stessi voti conseguiti dal partito, tutto ciò al fine di ribaltare equilibri interni ed eleggere organismi che non si riuniscono impedendo alle minoranze di svolgere la loro funzione.

Questi organismi sono stati utilizzati per precludere la candidatura a chi non si riconosce nella maggioranza del partito, come avvenuto nelle ultime elezioni amministrativa della Provincia di Ancona.

Questa situazione ha accelerato una riflessione all’interno di un consistente gruppo di Verdi marchigiani che dopo aver affrontato una battaglia di minoranza durante l’ultimo congresso nazionale con una mozione sostenuta da iscritti provenienti da Piemonte, Lombardia, Friuli, Veneto, Emilia Romagna, Toscana, Liguria, Umbria e Marche, ha voluto trasferire e concentrare le proprie energie dalle battaglie interne alle iniziative politiche e culturali nel territorio.

Questi cittadini, ambientalisti di sinistra e democratici, credono nell’importanza della partecipazione dei singoli alla vita sociale, alle scelte politiche che determinano lo sviluppo del territorio, la qualità della vita, il futuro del Paese e della Terra.

Credono nella partecipazione democratica, nel confronto anche animato, nel dibattito, nel rispetto della diversità delle idee, nella diversità come opportunità e ricchezza.

Una parte degli aderenti ad Arcipelago Verde, che rimane un soggetto autonomo ed attivo, ha deciso di aderire al progetto politico della Sinistra Democratica, per dare più forza ai contenuti ecologisti del centro sinistra e per concorrere al superamento della frammentazione a sinistra del Partito Democratico.

Di questo gruppo fanno parte numerosi eletti Verdi nelle istituzioni, tra cui il consigliere regionale Massimo Binci, il consigliere provinciale di Pesaro Claudio Mari, il consigliere provinciale di Macerata Mauro Maggini e l’assessore provinciale di Macerata Luigi Carlocchia, consiglieri comunali ed assessori di Urbino, Urbania, Maiolati Spontini, Chiaravalle e l’ex consigliere ed assessore regionale all’agricoltura Marco Moruzzi, l’ex tesoriere regionale dei Verdi Rossana Giacconi e numerosi altri cittadine e cittadini ed ambientalisti facenti parte di associazioni ed impegnati nel sociale.

Una scelta non solo individuale, ma affrontata e dibattuta insieme e poi condivisa.

“Un terremoto” politico come lo hanno definito i giornali locali. In realtà un segnale di interesse verso una politica di qualità, subordinata e non sovraordinata ai cittadini. Una scelta d’impegno, anche coraggiosa, per lavorare costruttivamente alla riforma politica ed alla difesa della democrazia, concorrendo alla battaglia sui valori messi in discussione dalla politiche liberiste e di destra che non sono condivise dai cittadini in quanto tali, ma rischiano di prevalere, favorite dalla dimostrazione di inadeguatezza che il centro sinistra sta palesando nell’affrontare i problemi del paese.

Una politica non concentrata sull’immagine del leader, del segretario di partito, che sostituisca l’immagine alla sostanza, la spettacolarità alla concretezza, che non anteponga le ragioni di partito ai bisogni ed alle volontà della gente.

Una politica che faccia realmente spazio alle donne.

Una politica fatta con il cuore, tra la gente e con la gente. Quella stessa gente che dopo ogni martellamento mass mediatico della nostra classe politica finisce per percepirla, spesso e purtroppo in modo indistinto, estranea ed autoreferenziale. La politica si è allontanata dai cittadini, è troppo distante dalla vita quotidiana degli elettori, è sorda e isolata. Per questo la partecipazione che nasce dal basso è preziosa e importante. E’capace di ri-costruirire la politica, di ri-accreditarla, di costruire un tessuto sociale democratico portatore di valori.

In un momento in cui la politica è più che mai screditata e sotto accusa, nasce un movimento politico variegato e propositivo, di uomini e donne che hanno voglia di contribuire al miglioramento del Paese, che sentono il bisogno di fare qualcosa, di partecipare, di non stare a guardare il sistema che non funziona, che non cambia mai, che continua a degradare.

Cittadini, che in passato hanno dato origine a iniziative politiche ed associative, e movimenti si incontrano per costruire un progetto innovativo, che nasce dal basso ed acceleri i processi di aggregazione nella sinistra, che dia una svolta, che porti freschezza e cambiamenti concreti nella società, per tutti i lavoratori donne e uomini, per i giovani e gli anziani, per uno sviluppo delle imprese innovativo e sostenibile.

Un movimento aperto alle idee e al confronto in alternativa alle logiche di ceti politici chiusi, autoreferenziali, che cercano di garantire solo le proprie posizioni di potere tanto più arroganti chiusi, tanto più vedono vacillare i loro poteri e privilegi. Nello scenario politico attuale la Sinistra Democratica si presenta ed agisce come la formazione politica più vivace, creativa, aperta e responsabile che merita un sostegno ed un investimento da parte di tutti coloro che credono nella politica.

Marco Moruzzi

venerdì 19 ottobre 2007

Ascoli Piceno 08.11.2007 convegno urbanistica

per una urbanistica comunicata e partecipata

I recenti esercizi di governo del territorio, affidandosi sempre più spesso ad una stretta collaborazione pubblico-privato e a strumenti che presentano una elevata discrezionalità, pongono con urgenza la necessità di offrire una legittimazione più solida alle decisioni di piano.

È questo il motivo per cui la comunicazione delle scelte urbanistiche, e la costruzione su queste ultime di processi reali di partecipazione, sono oggi al centro di una estrema varietà di iniziative, che questo Convegno intende passare in rassegna alla ricerca di quelle linee di convergenza che possono essere in grado di migliorare la consapevolezza e l’inclusione delle politiche pubbliche.







mercoledì 10 ottobre 2007

Ancona 14.10.2007 convegno bioarchitettura



ECO&EQUO 2007

DOMENICA 14 OTTOBRE
SALA B ORE 15 QUARTIERE FIERISTICO ANCONA

CONVEGNO

BIOARCHITETTURA ED ETICA DEL PAESAGGIO

Consapevoli che le modificazioni climatiche hanno accelerato un processo di presa di coscienza sulle emergenze ambientali, che gli studi scientifici pubblicati dall’ONU alimentano da mesi il dibattito sul riscaldamento globale e sulla necessità di limitarne i danni, riducendo in fretta le emissioni di gas serra, considerando che l’edilizia è una delle maggiori fonti di emissioni di Gas Serra in particolare di CO2 e del consumo di Energia.
Il convegno BIOARCHITETTURA ED ETICA DEL PAESAGGIO oltre ad affrontare le problematiche legate all’edilizia Eco-compatibile, alla Certificazione Energetica ed Ambientale degli edifici, pone l’attenzione sul come sia necessario coniugare un’ edilizia di qualità con il paesaggio, la cultura e la tradizione locale, al fine di mantenere la riconoscibilità e l’ identità del luogo.

Coordina : Angelo D’Amico Presidente di Bioarchitettura Marche

Interventi :

Angelo D’Amico Architetto
Presidente di Bioarchitettura Marche
Edilizia eco-compatibile, perché?

Gisberto Paoloni
Direttore Arpam Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale delle Marche
Il Sistema delle Agenzie Ambientali in Italia

Patrizia Mazzoni
Architetto - Laboratorio Progettuale di Bioarchitettura Università di Bologna
Bioarchitettura e Paesaggio

Fabio Bugarini
Economista - Docente di Sociologia Economica Università di Macerata
La città di servizi

Mirko Durante
Ingegnere - Esperto Casa Clima
La certificazione energetica ed ambientale degli edifici

Andrea Dignani
Geologo - CIRF Centro Italiano Riqualificazione Fluviale
Il paesaggio Fluviale

Mauro Tomassoni
Assessore Ambiente Comune di Monsano
Politiche ecologiche del Comune di Monsano

Conclusioni e dibattito

Bioarchitettura Marche – sez. Ancona e Macerata
tel./fax 0719331372 -328 4120927
email ancona@bioarchitettura.it

Non bruciare i rifiuti? A Bersani non piace

Articolo sul Manifesto del 6 ott. 07

Non bruciare i rifiuti? A Bersani non piace
Il ministro dello sviluppo economico scrive ai colleghi di salute e giustizia Turco e Mastella per sanzionare il presidente dei medici emiliani che chiede di bloccare i nuovi inceneritori
Guglielmo Ragozzino

Il 10 settembre il medico dottor Giancarlo Pizza, ha inviato una breve lettera al presidente dell'Emilia Romagna Vasco Errani e ad altre 56 personalità regionali. A riceverla erano presidenti provinciali e sindaci dei capoluoghi; e poi gli assessori regionali provinciali e comunali all'ambiente e alla salute. Nella lettera si richiedeva «di non procedere alla concessione di nulla-osta alla costruzione di nuovi termovalorizzatori-inceneritori».
Se Sergio Cofferati e compagnia bella, sono ben noti, chi è il dottor Pizza che scrive così? Si tratta del presidente dell'ordine dei medici regionale che rappresenta tutti i sanitari emiliani e romagnoli.
Usa parole molto caute: «Come è noto questa Federazione intende rispettare il proprio codice deontologico e si fa dunque carico di invitare gli organi politici preposti a tenere conto delle forti preoccupazioni insorte a proposito del supposto eventuale impatto negativo sulla salute delle popolazioni residenti a causa della immissione nell'aria dei fumi derivanti dall'incenerimento dei rifiuti urbani».
La lettera non è nota fuori dalla Regione. Ne scrivono quotidiani locali come La Nuova di Ferrara (23 settembre), ma i media nazionali non si accorgono.
Hanno invece un soprassalto le imprese che operano sugli inceneritori/termovalorizzatori. In regione ve ne sono nove ed è in corso una fase di crescita accelerata. A Ferrara si sta triplicando l'impianto esistente gestito dalla Hera, potente società di public utility; a Modena e a Forlì vi sono prospettive del tutto analoghe. E' una corsa contro il tempo, perché vale la pena di fare gli impianti di incenerimento dei rifiuti se vi è una produzione di energia elettrica; e d'altro canto, a conti fatti, vale la pena di usare rifiuti per produrre elettricità se questa viene valorizzata nell'ambito del Cip 6 (quell'incentivo per le energie rinnovabili o assimilate) che è in scadenza e si applica - per otto anni soltanto e non più per 20 come una volta - a favore degli impianti finiti o in via di completamento. Ma si possono completare gli impianti, come il secondo e il terzo forno di Ferrara, senza Autorizzazione di interesse ambientale? E come darla, dopo l' invito alla precauzione del dottor Pizza?
Sotto traccia, la discussione deve essere furibonda, finché il lord protettore dell'Emilia Romagna, Pierluigi Bersani non decide che è venuto il momento di risolvere la questione, una volta per tutte. In qualità di ministro dello sviluppo economico scrive (4 ottobre) una lettera a due colleghi: Livia Turco, Salute e Clemente Mastella, Giustizia, nella quale, dopo avere riferito a modo suo dell'iniziativa di Pizza, li invita a prendere provvedimenti. Valutino essi «in qualità di Ministri vigilanti, ... se l'iniziativa in esame possa costituire un inammissibile sviamento dalle finalità istituzionali e, comunque, dagli ambiti di attività consentiti dalla legge, ai fini dell'eventuale adozione di tutte le misure ritenute necessarie, anche non soltanto disciplinari, nei confronti dei responsabili».
Cosa sono «tutte le misure ritenute necessarie anche non soltanto disciplinari»? Una multa, 8 punti della patente, dieci colpi di frusta, una condanna penale, l'obbligo di imparare a memoria la terza lenzuolata? Che cosa ha in mente Bersani? Cosa suggerisce a Turco e Mastella? Vuole la revoca di Pizza che però è stato eletto dagli altri medici della Regione? Il commissariamento dell'Ordine dei medici per fare spazio a Hera? E Mastella in particolare cosa deve fare? Convocare un apposito pubblico ministero perché apra un processo contro i medici oscurantisti che contrastano il glorioso Cip 6? Ma la giustizia in Italia segue - per ora - altri percorsi. Turco dal canto suo potrebbe forse, nelle intenzioni di Bersani, organizzare un convegno medico internazionale dedicato al dubbio. Non è certo che l'inceneritore emetta fumo; e in ogni caso non è certo che quell'eventuale fumo, assai particolare, non faccia benissimo ai polmoni.
L'uscita di Bersani, ha per titolo «Inceneritore Ferrara: Bersani; grave iniziativa Ordine medici Emilia». Dunque è l'inceneritore di Ferrara che è posto all'attenzione generale. Ne parlano in un documento di luglio 5 medici locali. Essi spiegano che Hera assicura che l'impianto entrerà in funzione in dicembre per bruciare 142 mila tonnellate l'anno invece delle attuali 42 mila. «L'incenerimento non è la soluzione al problema dei rifiuti» I rifiuti, sotto forma di fumi, gas climateranti, gesso, acqua da depurare, ceneri solide, alla fine del processo sono tre volte tanti. Inoltre sono molto più dannosi alla salute. Con tutto ciò la Regione si appresta a raddoppiare i volumi da incenerire, dalle attuali 584mila tonnellate alle previste 1.056mila.
Ma dove trovare tanti rifiuti? La finanziaria dell'anno scorso fissa per legge nel 60% almeno la raccolta differenziata. Dicono i 5 medici di Ferrara: il piano provinciale di gestione rifiuti muove da una raccolta differenziata limitata al 40%. Così occorre come minimo rifare il piano, magari ascoltando le esortazioni dell'Ordine dei medici regionale.

Biocarburanti da Ogm

Buiatti professore ordinario di Genetica all'Università di Firenze: «In pareggio sul fronte Co2, in perditasull´acqua»

LIVORNO. L'ultima trovata dei pro-colture Ogm è quella di decantarne le qualità, in termini di rendita, ai fini di produrre biocarburanti e affini.
Tema portato oggi all'attenzione generale da Chicco Testa - presidente di Roma Metropolitane, ex numero uno di Legambiente ed Enel - direttamente dalle colonne del Corriere della Sera. «Basta pregiudizi, il progresso non è nemico - dice Testa - Penso ai prodotti vegetali che possono essereutilizzati per i biofuel, i carburanti puliti. Colture che con gli Ogmpotrebbero rendere di più, evitando che la domanda crescente si trasformi in un aumento del prezzo, ad esempio, della pasta o del mais».

Un argomento che non coglie di sorpresa Marcello Buiatti, professore ordinario di Genetica all'Università di Firenze. «Non mi stupisce questa posizione - comincia Buiatti - anzi, arriva più tardi di quanto pensavo. La discussione da fare su questo tema è però principalmente relativa alle biomasse e non agli Ogm».

«Chicco Testa - prosegue - da buon ex dirigente dell'Enel bada al bilancio economico delle biomasse, vedendone soltanto un'opportunità economica e non come modo per rispondere al rispetto del protocollo Kyoto. E qui bisogna fare chiarezza: il vantaggio teorico della produzione di biodiesel da biomasse è che le piante fissano C02. Quindi il rapporto tra quelle che coltiviamo e quelle che usiamo porta il bilancio teoricamente in pareggio.
Questo significa che non diminuiamo la C02, né l'aumentiamo, ma che almeno non peggioriamo la situazione come accadrebbe invece continuando a sfruttare il petrolio. Il problema è che questa è la visione di un occhio miope, perché tutto dipende da come otteniamo questa biomassa. Se le facciamo distruggendo foreste, ad esempio, non fissiamo alcuna C02. Inoltre scegliendo una produzione massiccia di questo tipo andremo potenzialmente a distruggere il terreno coltivato ad agricoltura biologica o integrata, come accadrebbe in Italia. Non solo, questo tipo di pianta per produrre tanta biomassa utile allo scopo ha bisogno di molta chimica. Se si fa il calcolo del ciclo di energia bisogna dunque anche conteggiare quella che viene usata pure per produrre gli antiparassitari che sono indispensabili per questo tipo di coltura».

Qualcuno sostiene che si possono coltivare questi prodotti nei terreni lasciati incolti o abbandonati e che quelli Ogm hanno capacità di resistere ai parassiti e quindi aver meno bisogno di anticrittogamici.
«Qui si arriva al secondo grosso problema: con le biomasse non andiamo in vantaggio su Kyoto, ma in pareggio sulla C02, come ho detto, ma soprattutto si perde in acqua. Qui si parla in particolare del mais e si dimentica di dire che è tra le colture che hanno bisogno in assoluto di più acqua. Chicco Testa dovrebbe saperle queste cose perché io e lui nell'87 abbiamo scritto insieme una prima bozza per il regolamento della biosicurezza sugli Ogm....
Comunque ora noi in Italia, che è un piccolo paese, dobbiamo dare certamente il nostro contributo per Kyoto ma se per produrre biodiesel dobbiamo impoverire i terreni d'acqua non risolveremo un bel niente. Sulla questione dei campi incolti, o marginali, se sono lasciati così significa che già hanno poca acqua. Questo tipo di coltivazione inoltre sopravvive non grazie
a quello che produce ma agli incentivi. Va detto infatti che in Italia la media di grandezza di una azienda è di 5 ettari e in condizioni in cui l'acqua manca di già. E il mais in queste condizioni non dà un prezzo alto.
Solo in pianura padana un agricoltore può spuntare un piccolo profitto.
L'agricoltura biologica, invece, che non usa chimica e molta meno acqua ce la fa a sopravvivere perché riesce a spuntare prezzi più alti. Detto questo è altrettanto vero che il mais bt è più resistente alla piralide, ma il vantaggio sulla produzione per ettaro è inesistente».

Dunque le biomasse sono da bocciare in toto?
«No, quando si fa un bilancio ambientale bisogna vedere quali sono le alternative e in questo caso l'utilizzo di biomasse per biodiesel può avere un bilancio positivo quando ad esempio si usa il truciolato del legno, oppure stoppie o comunque biomasse che comunque andrebbero bruciate. In Toscana ad esempio so che nella provincia di Grosseto c'è un progetto di questo tipo, dove appunto si rastrellano residui della zona. E il bilancio qui migliora. E' plausibile come operazione, dunque, se si raccoglie tutto quello che andrebbe in forno, pur sapendo che produce un aumento di C02, ma anche che con il biodiesel facciamo andare le auto non più a petrolio».

Dunque gli Ogm non sembrano particolarmente utili neppure per produrre biomasse, ma intanto l'Ue sta per dire sì alla "superpatata" e anche alla famigerata barbabietola.
«La barbabietola devo dire che è un bel problema. Perché sparge polline da tutte le parti, tant'è che la distanza fissata per legge dell'Ente nazionale sementi elette che serve per mantenere le varietà che non devono essere inquinate da altre, è di un chilometro. Più di tutte le altre. Quindi è più pericolosa delle altre».

Il «principio di precauzione» per l'Ue sembra passato in cavalleria e il paradosso è che se lo stia ricordando Sarkozy, che in Francia vuole bloccare proprio gli Ogm.
«Purtroppo è un dato di fatto. Sarkozy comunque lo fa perché è furbo ealterna misure a volte popolari con altre bestiali».

In Italia ci si mobilita con il referendum lanciato da Mario Capanna «Liberi da ogm». Dopo aver dovuto incassare la decisione sempre dell'Ue di alzare a 0.9% la soglia accidentale di Ogm nel biologico.
«Firmiamo, ma stiamo perdendo la battaglia. La soglia alzata degli Ogm sul biologico, che va detto non farà restare secchi nessuno, fa sì che la gente non si fida più. Dal punto di vista politico e non scientifico è un disastro».

venerdì 13 luglio 2007

L’ecologismo italiano e le novità politiche

Ci sono tre possibili scelte davanti ad un ecologista o ad un comitato ambientalista, che voglia fare i conti col potere politico, che si domandi: “come si può contare di più nelle scelte legislative o di governo, locali o nazionali, relative all’ambiente?”

1. mantenersi totalmente fuori dalla politica, facendo solo attività di “movimento” (denuncia, pressione, manifestazioni, informazione, ecc.);

2. presentare (o appoggiare) alle elezioni, quando si ritenga necessario, una lista civica locale, di chiara ispirazione (anche) ambientalista;

3. inserirsi in maniera organizzata e trasparente (pubblica) anche in una formazione politica nazionale.


_______________________________


1 - La prima opzione, fare solo “movimento”, è, forse, oggi la più praticata tra chi si dà da fare a livello locale per difendere un po’ di verde, o per impedire un inceneritore, per spingere una raccolta “porta a porta” dei rifiuti o per dare spazio a ciclisti e pedoni, per difendersi dall’elettrosmog o da una base militare o per sostenere la produzione biologica.

Essa in realtà non comporta alcuna scelta esplicita, perché è “naturale” per una associazione o comitato di base, mantenere gelosamente la propria autonomia dai partiti politici. Ciò nonostante non è raro incontrare comitati che, nonostante proclamino la loro indipendenza o “trasversalità” rispetto all’arco della politica, di fatto privilegiano i rapporti con l’uno o l’altro partito o schieramento. Volta a volta troviamo il pregiudizio positivo per la sinistra (più spesso rifondazione che ds) o i verdi, o la leganord, o (non solo al sud) per alleanza nazionale e persino l’udc.

Ma non mancano casi di legami espliciti col tale esponente del tale partito che, nelle istitutzioni locali o nazionali, sostiene apertamente la causa del comitato. E’ un male? Non necessariamente, a mio avviso, ma solo a condizione che:

a. il comitato abbia una sua autonomia (culturale, finanziaria, organizzativa) trasparente e partecipata, all’interno della quale queste “alleanze” vengono valutate, decise e, se del caso, revocate;

b. il partito, lo schieramento o il singolo politico a cui ci si appoggia, oltre ad avere una seria reputazione ambientalista, non faccia doppi giochi, cioè difenda e sostenga coerentemente, in ogni sede (anche la più lontana dal controllo popolare) le lotte e le proposte del comitato.




2. - La seconda scelta, dare vita, anche solo occasionalmente, ad una lista elettorale civica, in sede locale, di matrice (anche) ambientalista non è invece una scelta “naturale”. Deriva di solito da situazioni eccezionali, che possono costringere il comitato a questo passo: si tratta di lotte o iniziative molto forti, che trovano davanti a sé un muro compatto nelle istituzioni, la sordità o addirittura l’ostilità di tutti i partiti presenti nel Consiglio comunale.

Ho conosciuto di persona alcune di queste situazioni, come Sernaglia della Battaglia (TV), con tutto il paese in piazza contro il Comune che, dopo aver venduto il territorio ai cavatori, ora lo voleva rivendere all’azienda dei rifiuti di Padova per riempire i buchi con milioni di tonnellate di rifiuti. Era il 1987, appena eletto deputato alla Camera sono stato chiamato dal Comitato locale, guidato da Adriano Ghizzo, che non si è limitato a organizzare il blocco delle strade di accesso alle cave, ma ha dato ad una delle prime raccolte differenziate d’Italia (carta, vetro, metalli e vestiti), per anni autogestita e boicottata dal Comune. Poi, arrivate le elezioni per il rinnovo del Comune, hanno dato vita ad una lista civica che ha avuto la maggioranza degli eletti, spazzato via i vecchi amministratori e realizzato, tra l’altro una raccolta “porta a porta” arrivata ai vertici nazionali (Comune riciclone con circa l’80% di riciclo).

Una situazione simile, meno conflittuale ma altrettanto partecipata, si è verificata nel comune di Breganze (VI) con il Gruppo Raccolte Caritas che, nel 1985, ha dato vita alla lista civica “Partecipazione e servizio”, ottenendo 2 consiglieri, diventati 4 alle elezioni successive del 1990; nel 1992, la lista civica entra in giunta assieme ad una DC molto rinnovata, dando vita ad una netta svolta amministrativa. Nel ‘95, con la prima elezione diretta del sindaco, la lista civica prende il nome di “Breganze insieme”, vince ed elegge sindaco Francesco Crivellaro che, assieme a Giovanni Benincà, aveva dato vita all’esperienza del Gruppo Raccolte Caritas, assieme stanno governando Breganze fino al 2009.

In Italia situazioni simili, più o meno conosciute, ci sono in quasi tutte le regioni, almeno una per provincia. Si può parlare di molte decine, con sindaci eletti a furor di popolo, come Laura Puppato nel 2002 a Montebelluna (TV), sull’onda della lotta contro il progetto di un inceneritore al plasma, perseguito dalla precedente amministrazione, monocolore della Leganord. Laura Puppato, esponente del locale WWF, non è iscritta ad alcun partito, ed è stata sostenuta da due liste civiche e da un centro-sinistra che mai prima aveva avuto gran seguito e nemmeno ora, senza di lei (rieletta nel 2007) avrebbe alcuna possibilità di governare.

Qualcuno propone di coordinare, “federare” e moltiplicare queste liste; ma si tratta di esperienze molto locali, che mal sopportano inquadramenti di alcun tipo, anche se di spirito “civico”.

Il tentativo di Illy e dei suoi amici di dar vita, nel 2005-06 a un Movimento delle Liste Civiche alleate al centro-sinistra (ma da esso formalmente indipendenti) non ha avuto finora grande fortuna, sia a causa di una gestione troppo orientata politicamente, (erano, come Zanotto di Verona, sindaci poco “civici”, in realtà molto legati a Margherita e Ds), sia per una profonda diffidenza di molte altre liste civiche da qualsiasi “cappello” politico etero-diretto.




3. - La terza opzione è, se possibile, ancor meno “naturale” per un comitato o singolo ecologista: inserirsi in maniera pubblica (e organizzata, se si tratta di un gruppo di persone) in una forza politica nazionale. Che senso può avere?

Nel 1985 dall’Arcipelago Verde delle associazioni che si riunivano periodicamente a Bologna (e che avevano dato vita all’agenzia di informazione/collegamento omonima, diretta dal sottoscritto e redatta dal WWF milanese di Alessio Di Giulio) abbiamo fatto nascere le Liste Verdi comunali e regionali un po’ in tutt’Italia (ce n’era già qualcuna a Trento, Bolzano, Viadana, Ancona, ma sono diventate centinaia). Il progetto era mantenere e rafforzare il movimento, l’Arcipelago degli antinucleari, ciclisti, animalisti, nonviolenti, riciclatori, università verdi, consumatori e produttori bio, ecc ; e contemporaneamente tenere un altoparlante e una sponda sicura dentro le istituzioni.

La cosa è durata così per alcuni anni, poi sempre più i Verdi (con alcune importanti eccezioni) sono diventati una cosa a sé, una parte, anzi un partito, con logiche di tessere (sempre più comprate a pacchetti), carriere immeritate, fondi dilapidati, alleanze politiche di ferro a cui sacrificare troppo, talvolta anche l’ambiente. Ecco un motivo di grandissima diffidenza verso la forma “partito”; però bisogna farci i conti, conoscerli e prendere delle decisioni ponderate.

Ora abbiamo di fronte:

- un Partito Democratico in via di formazione (il 14 ottobre 2007 gli aderenti che versano da 3 a 5 euro eleggono i/le 1400 componenti l’Assemblea costituente con i segretari nazionale e regionali),

- una Sinistra Europea fatta di Rifondazione, Comunisti it, gli ultimi fuoriusciti dai Ds con Mussi, bandoli e Angius, e una parte di Verdisolecheride;

- poi c’è un po’ di partiti “di centro” che non hanno ancora deciso che fare (Sdi, radicali, Italia dei valori, Udr di Mastella e Udc di Casini);

- il costituendo Partito delle libertà (Forza Italia e AN) e la LegaNord indecisa.

Se passa il Referendum elettorale, il premio di maggioranza (più eletti) non va più alla coalizione vincente (nel novità da prendere in 2001 Polo delle libertà, nel 2006 Unione), ma al partito che arriva primo, quindi o P.Democratico o P.delle Libertà; agli altri poche briciole.

- Nel Partito Democratico stanno già entrando alcuni ambientalisti, attraverso la Margherita (Realacci, tuttora presidente di Legambiente, il ministro Gentiloni, ex direttore di Nuova Ecologia, pure lui Legambiente, Rutelli, già sindaco verde di Roma, Ivo Rossi, già cons.reg.verde del Veneto, ora assessore comunale a Padova, il sottosegretario agli esteri Vernetti, già assessore verde di Torino); altri attraverso i D.S. (Ronchi, già ministro verde all’ambiente, passato a Sinistra Ecologista di Fulvia Bandoli e ora senatore Ds, il sottosegr. Alla giustizia Manconi, già portavoce dei Verdi, Luigi Poletto, già cons. prov. verde di Vicenza, ora capogruppo Ds in Comune, ecc.).

Si tratta, nonostante gli evidentissimi limiti d’origine, di una grande novità da prendere in considerazione, esaminando senza pre-giudizi i contenuti del programma (sarà quello dell’Unione?), i metodi di selezione della dirigenza (le liste per il 14 ottobre), la gestione della fase nascente, ecc.

- Sinistra Europea non si sa ancora quando, come e con che nome definitivo nascerà; è piena di pacifisti, ambientalisti, lettori del manifesto e del settimanale Carta. Ha però anche una pesante ipoteca operaista-sindacalista ( e perciò industrialista) e, per una quota, stalinista.

I “Verdi” sostenuti-sostenitori dei centri sociali del nord-est , romani ed altri, la vedono come una realizzazione del loro sogno rosso-verde (più sociale che ambientale); gli ecologisti e nonviolenti guardano questa aggregazione con molta attenzione (la svolta nonviolenta di Bertinotti del 2005 non era solo propaganda pre-elettorale), ma, finora, senza entusiasmo: ricorda troppo il Pdup-Manifesto e la nascita di Democrazia Proletaria.

- I partiti di “centro” possono ispirare talvolta qualche simpatia (una volta i radicali contro la pena di morte, un’altra Follini o persino – ma è ormai rarissimo- Di Pietro) ma basta sentirli parlare di TAV, inceneritori, nucleare, Mose per capire che c’è poca strada da fare assieme.

- Così pure per la LegaNord o il Partito delle Libertà, anche se, anche lì dentro, si trovano alcune brave persone, protagoniste di lotte contro l’elettrosmog, per la raccolta differenziata spinta dei rifiuti, per le piste ciclabili, ila difesa del verde urbano, ecc. Si tratta di “mosche bianche”, con cui collaborare o da sostenere nelle singole attività (come le lotte, condotte dal sottoscritto assieme al governatore Galan, contro il progetto ENI di trivellazioni metanifere al largo di Venezia e Chioggia o quelle contro il ciclo del cloro della chimica di morte di Marghera), molto difficilmente però saranno alleati a tutto campo dei comitati ecologisti.




Questo è un ventaglio, forse ancora incompleto e comunque molto personale, delle scelte che si presentano all’ecologismo politico ad inizio estate 2007.

Vogliamo discuterne via mail? O anche di persona? Troviamo le occasioni, possibilmente gradevoli.

Michele Boato

direttore Ecoistituto del Veneto “Alex Langer” e delle riviste Gaia e Tera e Aqua

giovedì 5 luglio 2007

Territorio, Sviluppo, Sostenibilità

Senigallia, 23.06.07

Dopo che l’ecologismo italiano decise di passare dalla dimensione del movimento a quella del partito politico, sotto la spinta iniziale di pensatori di rilievo come Alexander Langer, abbiamo assistito ad un progressivo smarrimento.
Da un lato il partito ha perso capacità di elaborazione assumendo sempre più le fisionomie ed i modi tipici della casta politica italiana, dall’altro lato pressoché tutti i partiti della sinistra hanno inserito nei loro programmi le questioni tipiche dell’ambientalismo, della tutela del territorio, del risparmio energetico, della relazione tra inquinamento e cambiamenti climatici.
Frammenti, spesso importanti, dei verdi si sono separati più volte per confluire in nuove formazioni, comitati civici, ricercando disperatamente nuove vie per reagire allo smarrimento.
C’è da chiedersi se oggi abbia ancora senso parlare di ecologismo come di una proposta politica riconoscibile alla quale la società possa riferirsi per superare l’attuale stato di crisi o se invece dobbiamo assumere l’ecologismo come un ingrediente, importante ma parziale, delle proposte politiche di tutti i partiti della sinistra e forse (perché no a questo punto?) anche della destra.
Nella frammentazione e nella voglia di riunificazione che anima oggi i progressisti di sinistra è ancora pensabile parlare di ecologismo come progetto politico identificabile rispetto a quello storico del socialismo o del comunismo? Esistono differenze, esistono peculiarità, o tutto è relativo alle logiche di posizione e di opportunità nello scacchiere di un gioco della politica sempre più fine a se stesso e lontano da sentire della gente?
Ritengo che su questo tema vada avviata una profonda riflessione.
Non è certo questione da poter affrontare in modo esauriente in questo incontro che celebra l’epifania di un nuovo movimento, ma vorrei comunque portare argomenti utili a dimostrare che l’ecologismo una sua chiara identità c’è l’ha eccome e che se iniziassimo a parlare di contenuti questa identità emergerebbe in modo fragoroso.
Voglio dire che l’ecologismo esprime innanzi tutto un modo di concepire il mondo e la società come sistema complesso di relazioni. Un sistema a-centrico, cioè non riferito all’uomo come fulcro attorno al quale gravita l’universo.
Esiste un equilibrio dinamico che si fonda su relazioni a cui anche noi siamo legati in modo profondo ed indissolubile.
Questo modo di vedere le cose contrasta palesemente con lo spirito liberista per il quale uomini, cose, questioni, sono libere le une dalle altre e le semplici relazioni di tipo causale sono governabili attraverso il pensiero scientifico e lo strumento della tecnica.
Potrà sembrare un’osservazione banale, ma la realtà dimostra che non tutti hanno chiara questa diversità, specie tra coloro che si professano ambientalisti.
Userò tre parole: territorio, sviluppo e sostenibilità per cercare di mostrare alcuni motivi dello smarrimento e della confusione che c’è nell’ecologismo italiano oggi e l’urgenza di fare chiarezza, pena la fine stessa del pensiero ecologista.
Ovunque si parla ormai di sviluppo sostenibile. E’ l’iniezione ambientalista, la pennellata verde che decora tutti i programmi dei partiti politici o degli stessi piani aziendali delle grandi industrie.
Lo sviluppo sostenibile è ormai assunto come icona dell’ecologismo.
Il termine sviluppo significa letteralmente “liberarsi dall’in-viluppo” cioè dal legame; quindi svincolarsi. In senso lato indica una prospettiva di crescita.
In economia lo sviluppo come crescita è l’assunto essenziale del capitalismo.
Ma di fronte alla crisi ambientale planetaria che rischia di mettere in discussione la nostra sopravvivenza sulla terra ha senso parlare di crescita illimitata, di sviluppo?
Da più parti si sta discutendo di un’economia legata al territorio, di soft-economy come alternativa ai modi tradizionali di sviluppo economico. Ma io preferisco ancora riferirmi alla riflessione che Langer faceva nel ’94 quando parlava di “autolimitazione” come paradigma per una nuova economia. Lo preferisco perché ha ancora un respiro più ampio rispetto alle recenti discussioni circa il ruolo dell’Italia nel mercato globale, perché pone una questione etica generale, valida anche per i paesi, come la Cina o l’India, che non a caso chiamiamo in via di sviluppo.
C’è poco di nuovo a prospettare una soft-economy italiana a fianco di una hard-economy cinese.
Alcuni giorni fa il tavolo tecnico della VIA presso il Ministero dell’Ambiente ha espresso parere favorevole al progetto delle nuove centrali Api a Falconara. Pur ammettendo che l’operazione comporta un incremento di emissioni di CO2, in contrasto quindi con gli impegni assunti con il protocollo di Kyoto, il tavolo afferma che l’Api potrà acquistare altrove le quote di CO2, magari in Russia o in Pakistan, e così il problema è risolto.
Il mercato non vuole vincoli. Ad ogni condizionamento c’è sempre un modo di svincolarsi.
L’ecologismo, al contrario, si fonda sui legami e sulla comprensione del loro valore.
Lo sviluppo come fondamento dell’economia è un concetto estraneo all’ecologismo.
Veniamo ora all’altro termine: la sostenibilità.
Il rapporto Burtland (1987) definisce lo sviluppo sostenibile come “uno sviluppo che soddisfa le esigenze del presente senza compromettere la possibilità per le generazioni future di soddisfare i propri bisogni”.
E’ in fondo una frase di buon senso. Qualsiasi contadino sa che se si mangia tutto il grano raccolto poi non c’è più nulla per la semina successiva e che la terra va mantenuta fertile per poter continuare a dare frutti. Tutto qui?
Ma c’è qualcosa che fa da sfondo a questa definizione per cui sembra si attribuisca un valore alle cose come risorse e in quanto risorse. Ad esempio preservo le foreste perchè mi daranno legno ed ossigeno anche per le future generazioni. Ancora una volta un concetto di tipo economico.
E veramente crediamo che un albero possa essere ridotto alla quantità di legno o di ossigeno che produce e che dobbiamo salvarne una parte solo per evitare che il legno e l’ossigeno finisca?
Se penso all’albero personalmente non riesco a non considerare un sacco si cose: gli animali che ci abitano, il fruscio delle foglie mosse dal vento, l’ombra che ci ripara dal caldo d’estate e infinite altre cose.
E questo ci introduce ad un altro aspetto importante che io ritengo identifichi gli ecologisti.
Marx nel Capitale afferma che:
“ogni progresso della cultura capitalistica costituisce un progresso non solo nell’arte di rapinare un operaio, ma anche nell’arte di rapinare il suolo; ogni progresso nell’accrescimento della sua fertilità per un dato periodo di tempo, costituisce insieme un progresso nella rovina delle fonti durevoli di questa fertilità. Quanto più un paese, come ad esempio gli Stati Uniti, parte dalla grande industria come sfondo del proprio sviluppo, tanto più rapido è questo processo di distruzione. La produzione capitalistica sviluppa quindi la tecnica e la combinazione dei processi di produzione sociali solo minando al contempo le fonti da cui sgorga ogni ricchezza: la terra e l’operaio.”
È in fondo un discorso sulla sostenibilità. Ma di che uomo e di quale terra sta parlando Marx? Dell’uomo-lavoratore e della terra-risorsa!
Sta ancora parlando il linguaggio dell’economia di mercato che è il linguaggio positivista per eccellenza.
Max Stirner, anarchico individualista, contestava il comunismo ed il socialismo proprio su questo aspetto, affermando:
“E che, sono forse al mondo per realizzare delle idee? Magari per fare la mia parte, come cittadino, per realizzare l’idea “Stato” o per dar corpo, tramite il matrimonio, come marito e come padre, all’idea della famiglia? Che cosa me ne importa di una missione del genere! Il mio vivere è tanto poco una missione quanto lo è la crescita e il profumo del fiore.”
L’ecologismo intende guardare all’uomo in sé, o all’albero in sé, indipendentemente dalla sua funzionalità.
Non proteggo l’albero perchè mi interessa conservare il suo legno, ma perché è bello, perché è giusto, perché lo amo. Non difendo l’uomo in quanto lavoratore ma come persona, insieme di sentimenti, aspirazioni, sogni.
Ritengo che la nostra società abbia bisogno di guardare alla realtà, alle persone, in modo più completo, smettendola di considerare tutte le cose come ingranaggi di un sistema.
Si potrà obiettare che se l’ecologismo arriva a contestare il concetto di sviluppo-sostenibile allora propone il non fare, il declino e l’impoverimento. Non è affatto così. Non si propone il non fare, ma la consapevolezza del fare,nei limiti dettati dalla necessità reale.
Si tratta di abbandonare la creazione artificiosa della domanda economica, lo spreco, introducendo nuovi concetti come quello di entropia, di energia impiegata, per valutare la convenienza sociale ed ambientale, prima che aziendale, di una scelta.
Sono convinto che la nostra permanenza sul pianeta dipenderà dalla nostra capacità di cambiare la società e la cultura in modo profondo.
L’ecologismo, solo il vero ecologismo è portatore della necessaria profondità.
Da ultimo il termine territorio.
Ci sono molti modi di definire il territorio. Il più generico, ma anche il più corretto è quello che vede nel territorio lo spazio di azione di una determinata specie animale.
Il nostro territorio, in quanto esseri umani, è quello in cui agisce la nostra comunità sebbene sia difficile definirne con precisione i confini.
In quanto spazio di una comunità sociale possiamo dire che sussiste un rapporto di co-appartenenza tra territorio e comunità. Ne consegue l’assoluta imprescindibilità, parlando di questioni territoriali, da concetti quali la partecipazione dei cittadini alle scelte o la sussidiarietà nei processi decisionali e gestionali.
Ma poiché l’azione dell’uomo è tendenzialmente illimitata, accade anche che non esistano confini tangibili e che così come le comunità di sovrappongono, si mescolano, così i territori si estendono e si confondono, tanto che sarebbe più corretto parlare di territori, anziché di territorio, coprenti l’intero pianeta.
Questa dimensione globale assunta dal concetto stesso di territorio, e con lui da quello di comunità, fa sì che il legame di co-appartenenza coinvolga con noi l’intero pianeta.
Non possiamo rimanere insensibili ai problemi di chi abita dall’altro lato del globo come se ciò non ci riguardasse. C’è un legame che ci unisce a quel luogo lontano.
Così non ha senso dire “non vogliamo qui la centrale nucleare o la discarica, fatela altrove”, perché non esiste un altrove e perché il male non si tramuta in bene se lo teniamo lontano dai nostri occhi ma resta tale.
Ogni azione ingiusta, ogni ferita alla terra ci provoca dolore.
Così è anche per la dimensione sociale. Non possiamo esaltare il miracolo economico cinese che si fonda sulla negazione dei diritti sindacali e dei diritti dell’infanzia; non possiamo dire democratici gli Stati uniti che conservano la pena di morte; non possiamo guardare con simpatia ai movimenti islamici che praticano la schiavitù della donna.
Parlare di territorio significa quindi parlare necessariamente anche di convivenza, democrazia e solidarietà.
Ma noi siamo stati abituati a parlare di territorio soltanto come luogo del costruito, dello sviluppo e deposito di risorse. Un concetto disseccato, impoverito.
Spesso mi capita di portare l’esempio della cartografia con la quale le diverse culture hanno voluto rappresentare il territorio. Nelle carte antiche, sempre colorate, dominano gli elementi fisici e naturali, le morfologie, i fiumi, i boschi, i campi coltivati. Le stesse architetture erano raffigurate al vero. Progressivamente la rappresentazione, e quindi l’idea, di territorio si spoglia. Restano le strade, l’ingombro degli edifici, le infrastrutture, monocolori su un fondo bianco indifferenziato.
Il territorio è diventato l’insieme delle opere fatte e da fare su un supporto – la terra – indifferente, buono per essere frazionato, accatastato, misurato in termini di superficie. Superficie che genera un valore immobiliare.
Su questa idea di territorio nasce e si sviluppa l’urbanistica come strumento attraverso il quale regolare gli interessi immobiliari connessi alla crescita delle città, allo sviluppo.
Di fronte al rischio di esaurire le risorse naturali ecco che l’urbanistica ha prodotto i vincoli.
Una parte del territorio – piccola – è destinata a preservare le risorse naturali, storico-culturali ecc…, l’altra parte – più grande – può essere sfruttata come risorsa suolo.
Con l’introduzione dei vincoli, che sono oggi in verità assolutamente necessari, non è però cambiato il modo con il quale ci rivolgiamo al territorio, anzi la netta separazione tra spazio del vincolo e spazio del libero agire, che dal punto di vista ecologico è evidentemente un non-senso, ha allentato l’attenzione sui modi di intervento nello spazio non vincolato.
Qualche anno fa i Piani regolatori erano valutati da commissioni di esperti che analizzavano i contenuti del progetto di Piano, ora la procedura è semplificata e si valuta soltanto la conformità. In altri termini si verifica soltanto il rispetto di vincoli e norme senza alcun giudizio sulla qualità delle scelte di Piano.
La Valutazione di Impatto Ambientale (V.I.A.) e la Valutazione Ambientale Strategica (V.A.S.) sono strumenti recenti creati proprio per affrontare il tema della qualità ambientale o della strategicità delle scelte. Entrambi nati con obiettivi ben più ambiziosi, in breve tempo si sono ridotti ad un conteggio numerico riferito a pochi semplici indicatori ambientali che tentano di misurare il progetto in termini di pressione ambientale senza però capire nulla dell’ambiente e del paesaggio in cui l’opera si colloca, che risolvono ogni cattivo progetto con operazioni di mitigazione o compensazione.
Ancora una volta si può fare praticamente di tutto se si mette in campo un adeguato risarcimento.
Lascio a chi mi ascolta la riflessione sulle questioni di carattere etico che questo atteggiamento si porta appresso.
La più recente frontiera delle politiche del territorio è rappresentata dalla Legge n.131/2003 con l’intesa stato-regioni.
La Quadrilatero è un caso emblematico del potere devastante dello strumento dell’intesa che può vanificare ogni atto di pianificazione, calando dall’alto non soltanto le scelte infrastrutturali, ma anche l’intero processo di costruzione del territorio. Ma la Quadrilatero non è che un caso.
Ormai diversi Piani regolatori sono costruiti esclusivamente sulla base delle proposte di “perequazione” avanzate dai privati, senza alcun progetto di fondo. Dove il Comune tira su più soldi dall’attività edilizia lì si costruisce.
Già oggi con lo sportello unico per le attività produttive si va in deroga al Piano regolatore. Il consiglio decide di volta in volta le proposte di insediamento. In base a quale criterio? A sentimento…
Al Senato sta per essere approvata una proposta di legge, la n.1532, soprannominata “un’impresa in sette giorni” che prevede come la sola presentazione della domanda allo sportello unico costituisca condizione sufficiente per il rilascio del titolo edilizio.
La nuova legge urbanistica regionale, alla discussione della commissione, nel distinguere tra piano strategico e piano operativo lascia intendere che il piano strategico può ridursi ad una manciata di indirizzi politici, senza alcun contenuto progettuale, lasciando al piano operativo, detto anche piano del sindaco, la piena potestà sul territorio. E mi pare di vederli i mille piccoli sindaci impettiti che maneggiano carte e zonizzazioni, che fanno e disfano i piani.
Le esperienze di progettazione partecipata, di costruzione collettiva dell’idea di città e di territorio sono però lì, anche se poche, a testimoniare che su questo argomento gli ecologisti hanno molto da dire e da fare per restituire dignità e senso alla pianificazione.
E anche se noi ecologisti ci ostiniamo a non capire l’importanza del nostro ruolo nella società, anche se sembriamo rifiutare il palcoscenico, è la storia che ci chiama.
I cambiamenti climatici sono una realtà che solo chi ha occhi per vedere riesce a cogliere nella loro esatta dimensione. I ciechi continueranno a vedere ciò che vogliono vedere, magari una nuova opportunità di marketing, e continueranno a comportarsi come prima.
Le alluvioni dello scorso settembre nell’osimano ed a Falconara sono state talmente anomale che non se ne ha memoria negli ultimi duecento anni.
Ma a pochi mesi dall’evento nulla è cambiato, si continua a pensare a costruire capannoni e infrastrutture in quelle aree, a programmare di spendere soldi lì dove si finirà per impantanarsi.
Abbiamo cambiato il mondo e continuiamo a farlo ma il mondo presto cambierà noi.
Chi prima è disposto a cambiare meglio ne verrà fuori. Cosi riguardo alle produzioni energetiche, così nelle strategie di governo del territorio.
La strategia buona per domani non è quella di intasare le valli e la costa di capannoni e strade ma di delocalizzare. Allora bisogna pensare a forme di abbattimento del valore fondiario delle aree più fragili, cambiare i parametri su cui si regge l’attuale estimo fondiario. Ripensare le città, ridare spazio a fiumi perché le alluvioni saranno più violente, alleggerire la costa perché il livello del mare si alzerà.
La natura costringerà tutti, per necessità, a comportamenti diversi; quei comportamenti di cui già oggi noi ecologisti siamo i portatori, per consapevolezza.
Questo solo per dire a quegli ecologisti che dubitano di poter avere un ruolo nella società rispetto a quello, ormai sfatto, dei partiti tradizionali, di guardarsi bene allo specchio ed avere più fiducia in sé stessi e più orgoglio di ciò che si è.
Carlo Brunelli

mercoledì 4 luglio 2007

Assemblea Regionale Costituente

Senigallia, 23.06.2007

La crescente attenzione che il mondo della politica e la società civile stanno rivolgendo ai temi ambientali in un momento di forte crisi dei partiti tradizionali e di tentativi, più o meno avanzati, di “nuove aggregazioni”, ci hanno indotto ormai da tempo ad una serie di riflessioni sul come proseguire il nostro impegno di ambientalisti.


In questi ultimi tre anni abbiamo cercato – purtroppo inutilmente - di contrastare con gli strumenti del confronto e della dialettica interna una degenerazione che ha portato i Verdi ad essere un partito sempre meno presente ed efficace nel perseguimento delle suoi principi fondativi e sempre più interessato a garantire ad ogni costo la propria classe dirigente.
Si è persa la capacità di portare avanti una proposta ecologista riconoscibile dai cittadini, imperniata sull’interesse generale e sul principio di responsabilità.
Siamo invece convinti che la consapevolezza e la responsabilizzazione di ognuno di noi sia un elemento essenziale del processo di conversione ecologica della nostra società.

Per questo crediamo sia venuto il momento di rilanciare il nostro impegno, partendo dalla condivisione di alcuni valori fondamentali e dalla costruzione di un progetto politico aperto che nasca “dal basso” e sviluppi una società sostenibile e solidale.

Ti invitiamo all’Assemblea Regionale Costituente del Movimento Ecologista Marchigiano
Arcipelago Verde che si terrà a Senigallia, sabato 23 giugno 2007 a partire dalle 15 presso l’Auditorium San Rocco in Piazza Garibaldi (Piazza Duomo)

Spunti per la discussione:

Introduzione - Marco Moruzzi
Presentazione Carta dei Valori - Luciano Montesi
Territorio Sviluppo e Sostenibilità - Carlo Brunelli
L’esercizio della Democrazia - Maurizio Pasquini
Isole e Arcipelago - Claudio Mari
Enunciazioni Politiche e Stili di Vita - Mauro Maggini
Istituzioni e Movimenti - Massimo Binci

Interventi Liberi




Carta dei Valori

Il principio cardine su cui si forma il nostro sistema politico è la democrazia.

La democrazia è la gestione non violenta dei conflitti politici e sociali. Senza democrazia è la barbarie. Senza partecipazione, dialogo rispetto delle opinioni delle minoranze la democrazia si impoverisce, diviene mero esercizio del potere.

Il movimento politico che stiamo creando si basa innanzitutto sulla democrazia e sul rispetto delle minoranze ed ogni azione dovrà essere coerente con questo principio.

Da democratici ed ecologisti abbiamo la forte consapevolezza della necessità del pluralismo politico e culturale; ci poniamo in maniera laica verso culture, religioni e persone cui vanno riconosciuti parità di diritti civile e di libertà personali.

Come ecologisti rispettosi della cultura, della storia, dell’identità e dell’autodeterminazione dei popoli, siamo pacifisti, per l’antimilitarismo e la non violenza.

· Il movimento ecologista italiano, costituito da una miriade di associazioni, cooperative e comitati, ha maturato in questi anni profonde esperienze, azioni e proposte che non trovano oggi adeguata rappresentanza politica. Questa sarà la nostra missione partendo dai contenuti e dalle questioni concrete.

· Bisogna accelerare la conversione ecologica dell’agricoltura verso il biologico il biodinamico e le coltivazioni a basso impatto ambientale; sostenere il rimboschimento dei versanti soggetti a dissesto idrogeologico. Bisogna valorizzare e sostenere l’azione dei singoli agricoltori nel presidio e nella gestione del territorio e del paesaggio agrario.

· Bisogna ripensare e cambiare i modi della mobilità privilegiare mezzi e carburanti non inquinanti, favorire la mobilità leggera, penalizzare l’uso dell’auto con un singolo passeggero. L’aria e gli spazi delle città sono saturi di inquinamento e di auto che danneggiano la salute e la qualità di vita.

· Serve una profonda conversione della politica energetica, abbandonando il petrolio, puntando su fonti rinnovabili e non inquinanti, sull’autoproduzione diffusa quale alternativa alle grandi centrali.

· Abbiano un valore etico: la coerenza tra le enunciazioni politiche e gli stili di vita. Subiamo una società in preda alla nevrosi comunicativa, una babele tecnologica che divide e dove le persone comunicano ma non si conoscono, dove i tempi di vita sono scanditi dalla frenesia dei cellulari ed i consumi dal bombardamento pubblicitario. Produciamo troppo, mangiamo troppo per questo ci ammaliamo. Produciamo troppo spesso cose inutili, e copriamo il mondo di rifiuti. Siamo portatori di uno stile di vita più sobrio che sappia apprezzare e rispettare l’ambiente e ciò che ci offre.

· Assumiamo la cultura della Responsabilità verso il pianeta ed i popoli sfruttati del mondo sostenendo il commercio equo e solidale e consumi verdi. Siamo consapevoli che lo sviluppo non è illimitato né necessario, che non possiamo accaparrarci le ricchezze della Terra che sono di tutti, che è possibile una decrescita economica dei paesi più ricchi in favore di una redistribuzione planetaria delle ricchezze e delle risorse.

· Riteniamo altresì necessaria una maggiore giustizia sociale nella distribuzione dei redditi e dei servizi. Non accettiamo un paese in cui i poveri sono sempre più poveri e precari, e le ricchezze sono nelle mani di ricchi sempre più ricchi e privilegiati.

· Viviamo in un’epoca ed in una regione che vede affermarsi la logica della società Quadrilatero e del saccheggio (cattura di valore) del territorio, esperienza paradigmatica del consumo di suolo e della cementificazione che non hanno fondamento nel bisogno di case ma sulla speculazione edilizia. Bisogna ripensare l’urbanistica, a partire dalla pianificazione, privilegiando il recupero e la riqualificazione dell’esistente, scegliendo la qualità dei materiali (bioedilizia) e dell’architettura. Oggi le periferie delle città sono sempre più brutte, male progettate, energivore, male organizzate e senza servizi ai cittadini.

· Siamo e resteremo gli strenui difensori della biodiversità, della tutela degli ambienti naturali, della istituzione dei Parchi naturali, sia che questo abbia una ricaduta per l’economia turistica e agricola sia semplicemente come salvaguardia della natura in quanto tale.